Nel corso degli ultimi anni, uno dei generi che sembra andare per la maggiore tra gli sviluppatori indipendenti è il cosiddetto walking simulator. Come già ampiamente intuibile dal termine, stiamo parlando di giochi in cui siamo chiamati a guidare un protagonista (solitamente in prima persona) che dovrà esplorare a piedi e interagire con ambienti di gioco più o meno grandi, andando alla ricerca di indizi utili a risolvere i diversi rompicapi presenti nell’avventura.

In questa tipologia di giochi, inoltre, ciò che veramente conta non è tanto l’azione (che, detto fuori dai denti, è piuttosto ripetitiva: vai dal punto A a quello B) ma la storia che regge e guida le nostre peregrinazioni. Un buon walking simulator, dunque, è in grado di creare attorno al giocatore un mondo di gioco credibile e ricco di dettagli, nel quale saremo chiamati a risolvere uno o più misteri.

In questa categoria ricade appieno il gioco di cui parleremo oggi: si tratta di Layers of Fear, uscito nel 2016 e sviluppato dallo studio indipendente polacco Bloober Team.

L’artista e il suo capolavoro – la storia

Layers of Fear ci mette nei panni di un pittore che, dopo aver preso parte a un’udienza in tribunale, ritorna a casa per completare “il suo capolavoro”, ovvero un dipinto che giace incompiuto da tempo. Dopo aver steso la prima mano di colore, però, l’artista viene colto da una serie di allucinazioni che lo costringeranno a vagare senza meta, di stanza in stanza, nella sua enorme magione. Questo viaggio nell’intimità della sua dimora si trasformerà ben presto in una discesa nei più terribili e oscuri angoli della sua mente…

Pur omaggiando alcuni classici della letteratura horror come i racconti di Edgar Allan Poe, Layers of Fear si caratterizza per una storia ben scritta e originale, con alcuni colpi di scena assolutamente imprevedibili e un finale che metterà i brividi a buona parte dei giocatori.

Anche se, come vedremo nel capitolo dedicato al gameplay, il giocatore non avrà moltissima libertà di azione, la storia di Layers of Fear risulta comunque essere, in un certo senso, non lineare. Nel corso dei sei capitoli che compongono la storia dovremmo recuperare alcuni “ingredienti” (parola scelta non a caso) necessari al completamento del nostro capolavoro. Per raggiungere questo scopo potremo agire in due modi: cercare direttamente l’ingrediente necessario, muovendoci rapidamente di stanza in stanza, oppure esplorare con cura tutti gli ambienti che ci circondano, alla ricerca di piccoli e grandi indizi che serviranno essenzialmente per collegare insieme i vari elementi della trama.

Questo secondo approccio è, ovviamente, quello che ci darà maggior soddisfazione ma nulla vieta ai giocatori di terminare l’avventura più rapidamente, senza troppo badare alle diverse sottotrame offerte dal gioco.

Visioni paranoiche – la grafica e il sonoro

Sviluppato con Unity, Layers of Fear è caratterizzato da una grafica semplice ma non per questo spartana. Le nostre avventure si svolgeranno all’interno di una mappa piuttosto ristretta che coincide con l’interno della magione del protagonista.

Gli interni della dimora – nel loro lusso decadente – ben si sposano con l’atmosfera quasi gotica che si respirerà durante l’avventura. Anche se saremo chiamati più volte ad attraversare stanze che abbiamo già visitato, ogni volta ci sarà un piccolo particolare o un nuovo oggetto da scoprire e – necessariamente – manipolare.

Si, avete capito bene: tutti gli oggetti (o quasi) presenti a schermo potranno essere manipolati, spostati o mossi. Il modello fisico del gioco, pur semplice, appare comunque convincente e molte volte ci troveremo a far cadere oggetti solo per il puro gusto di “vedere l’effetto che fa”.

Più volte mi è capitato di fermarmi per ammirare una sedia o un mobile intarsiato in maniera particolare o bizzarra: ogni elemento è curato fino dei minimi dettagli e sarà veramente raro trovare due textures uguali a loro stesse. Un discorso analogo vale anche per i (pochi) modelli poligonari dei protagonisti. A parte quello del pittore – che non verrà mai mostrato nella sua interezza – i pochi comprimari che appariranno nel corso dell’avventura sono ricchi di dettagli e veramente ben caratterizzati.

Se in ambito grafico Layers of Fear risulta essere convincente – e altamente scalabile, ovvero può essere giocato anche sui “macini da caffé” – anche il comparto audio può essere promosso a pieni voti. Il gioco si presenta, a prima vista, volutamente scarno e parco in fatto di suoni e rumori ambientali.

La colonna sonora è ridotta al minimo e serve, più che altro, a generare tensione nel giocatore o a sottolineare i momenti salienti della vicenda. Discorso diverso, invece, per quanto riguarda gli effetti sonori propriamente detti.

Nel corso delle nostre peregrinazioni, la componente audio giocherà un ruolo a dir poco fondamentale. Nel corso delle varie peripezie che saremo costretti a superare, l’audio servirà essenzialmente per ingannare o “sviare” il giocatore. Come abbiamo accennato nel capitolo dedicato alla storia, il nostro protagonista è affetto da una lunga serie di allucinazioni, di tipo visivo e sonoro. Tanto per fare un esempio (senza spoiler) all’inizio della nostra avventura scopriremo che il protagonista è convinto di avere la casa infestata dai topi. All’apparenza non c’è nessuna traccia di roditori in giro ma, ciclicamente, saremo disturbati da flebili squittii: sogno? realtà? allucinazione? Starà a noi scoprirlo…

Passo a passo, pezzo a pezzo – il gameplay

Prima di chiudere, occorre ancora spendere due parole a proposito del gameplay. Layers of Fear è un gioco fortemente story driven che assomiglia, per certi versi, più a un’avventura punta e clicca che a un gioco action vero e proprio. Per prima cosa va notata la totale assenza di qualsivoglia barra di stato o HUD.

Dimenticatevi di medikit o pozioni rigeneranti: in Layers of Fear non si potrà morire (al massimo, ci si potrà prendere un paio di spaventi mica da ridere… ma questo è un altro discorso) e quello che ci verrà chiesto è – “semplicemente” – di camminare da un punto all’altro della casa che mano a mano verrà sconvolta dagli eventi.

Parallelamente alla fase esplorativa, come già detto in precedenza, il giocatore dovrà raccogliere una serie di indizi che, uniti insieme, permetteranno di comprendere fino in fondo la vera identità del pittore e il vero senso del “capolavoro” che sta cercando di portare a termine.

La stanza attorno alla quale ruota tutta l’avventura è lo studio del pittore, al cui centro si trova la tela che dovremo completare aggiungendo uno alla volta i sei ingredienti richiesti. Questi oggetti, inoltre, sono necessari per sbloccare i capitoli successivi dell’avventura e quindi, a differenza degli altri indizi, dovranno essere sempre e comunque recuperati.

Più andremo avanti nell’avventura, più la stanza assumerà un’aspetto diverso, diventando ben presto il luogo in cui sarà possibile visionare con calma i vari indizi raccolti. Il mondo di Layers of Fear, infatti, non ruota solo attorno ai sei ingredienti di cui abbiamo parlato. Nel corso delle nostre peregrinazioni, infatti, ci capiterà di raccogliere bozzetti, fotografie, lettere e alcuni oggetti come boccette di profumo o un paio di occhiali in grado di “risvegliare” le memorie represse del protagonista.

A differenza di altri giochi – ed è forse questo l’elemento che mi intrigato di più – Layers of Fear è un’esperienza che mette soprattutto alla prova le nostre capacità intellettive e la nostra pazienza, mettendoci di fronte a puzzle non sempre “logici” ma dannatamente intriganti.

Gli sviluppatori sono riusciti nella non facile missione di creare un gioco in grado di mescolare jump scares (pochi ma di grande effetto) a momenti in cui la tensione si può tagliare letteralmente con il coltello. Non si segnalano scene particolarmente truculente ma, al contrario, l’avventura preferisce scavare nella nostra psiche, mettendoci a contatto con una realtà sempre più distorta e malsana.

Fin dalle prime battute apparirà infatti chiaro che il nostro protagonista ha molti (troppi) segreti da nascondere e che le sue allucinazioni rimandano a qualche cosa che è accaduto nel suo passato… Starà a noi capire cosa è successo, cercando al contempo di comprendere che non necessariamente le regole di causa/effetto si applicano sempre all’interno del gioco.

Anche qui, senza fare un gigantesco spoiler, uno degli enigmi più interessanti dell’intera avventura richiede da parte del giocatore una buona coordinazione tra occhi e orecchie visto che il gioco si divertirà a cambiare le regole del gioco, se non si farà attenzione…

  

In conclusione

Layers of Fear parte da una premessa semplice e la sviluppa in modo intrigante e innovativo. Sorretto da una grafica pulita e molto dettagliata, il gioco usa tutta una serie di piccoli e grandi espedienti – che non possiamo rivelare per ovvie ragioni (Spoiler!) – per farci vivere un’avventura in cui realtà, sogno e fantasia “malata” si mescolano in modo costante.
Pur nella sua durata alquanto modesta, Layers of Fear saprà farsi apprezzare da quei giocatori che sono alla ricerca di un’esperienza story driven solida e ben scritta.

Valutazione
  • 95%
    Scimmia - 95%
  • 75%
    Grafica - 75%
  • 85%
    Gameplay - 85%
85%

Riassunto

Layers of Fear è un gioco semplice ma allo stesso tempo molto accattivante che riesce, fin dai primi minuti, a calare il giocatore in un mondo dove nulla e ciò che sembra e dove bisognerà prestare attenzione anche ai più minuti dettagli.
Sviluppato con Unity, il viodeogame vanta una grafica semplice ma non spartana, ricca di piccoli e grandi tocchi di classe.
Come molti altri walking simulators anche Layers of Fear non fa della rigiocabilità il suo punto forte ma questa mancanza viene ampiamente da una trama robusta e che dovrà essere, letteralmente, ricostruita pezzo dopo pezzo.
Consigliato agli amanti delle avventure horror con venature psicologiche e a tutti coloro che vogliono provare un prodotto che fa della semplicità e della mancanza di fronzoli uno dei suoi punti forti.

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