Un uomo in lotta contro il tempo (e contro i suoi “demoni interiori”), un paese sperduto nel deserto e una folle corsa versa una (possibile) redenzione: questo è Happy Hunting. Horror/thriller indipendente, la pellicola è stata girata in nemmeno un mese da un manipolo di uomini capitanati dai registi/sceneggiatori Joe Dietsch e Louie Gibson.

Il film, pur con alcuni difetti, riesce a far riflettere lo spettatore sui temi dell’alcoolismo e della dipendenza, presentando un mondo in cui la speranza e la sofferenza vanno a braccetto, in un eterno valzer che nulla potrà mai arrestare.

“Cold Turkey”

Happy Hunting racconta la vicenda di Wilson, un ex militare alcolizzato e sbandato che trascorre la maggior parte del tempo in una vecchia stamberga, “cucinando” meth e distruggendosi giorno dopo giorno.

A seguito di una telefonata, l’uomo decide di mettersi in viaggio verso il Messico per raggiungere sua figlia ma, durante il tragitto, sarà costretto dagli eventi a fermarsi nella sperduta cittadina di Badford Flats, un tempo florida riserva di caccia aperta tutto l’anno.

Perseguitato dai suoi demoni interiori, Warren cerca in tutti i modi di lasciarsi alle spalle il suo travagliato passato fatto di abusi e dipendenza. Una notte l’uomo viene misteriosamente sedato e condotto dagli abitanti della cittadina in un luogo appartato. Da quel momento in avanti per Warren inizierà una folle corsa contro il tempo in cui dovrà fare i conti non solo con i bizzarri abitanti di Bedford Flats ma anche con gli effetti collaterali dovuti all’abuso di alcool. Riuscirà il nostro protagonista a redimersi?

Cinquanta sfumature di… beige

Happy Hunting è un film semplice ma allo stesso tempo complesso e ricco di sfumature. Pur non facendo mistero della sua natura di pellicola a basso budget, il prodotto riesce a raccontare in modo convincente la storia di un uomo e della sua battaglia contro l’alcoolismo.

Il protagonista, Warren, è un reietto della società, un solitario che decide di provare il tutto per tutto pur di riuscire ad abbandonare la sua condizione di marginalità e sofferenza. Il suo tentativo, però, viene messo a repentaglio dalla situazione in cui si viene a trovare. Warren, infatti, dovrà fare i conti con la comunità di Bedford Flats che, a suo modo, è composta anch’essa da perdenti e sbandati.
A differenza del protagonista, però, questi reietti hanno trovato un modo alquanto bizzarro per “sfogare” la loro rabbia e frustrazione: ogni anno, infatti, la “ridente” cittadina di confine indice una battuta di caccia nella quale le prede sono… esseri umani.

Attorno a questa “battuta di caccia”, vero fulcro della pellicola, ruotano tutta una serie di situazioni che mettono lo spettatore di fronte a un’amara verità: il protagonista non è un eroe senza macchia e senza paura, per il quale tifare senza se e senza ma. Al contrario, Warren è un essere pavido, divorato dall’alcool e all’apparenza incapace di reagire.

Mano a mano che la vicenda si dipana, però, noteremo che lentamente il nostro protagonista cercherà di abbandonare la cattiva strada per ritornare sulla retta via. Metaforicamente parlando, il percorso che separa Warren dal Messico rappresenta il percorso interiore che va intrapreso per potersi lasciare alle spalle tutti i pesi e le difficoltà del passato.

Uscire dal tunnel…

Se a livello metaforico il film pare reggere – senza (grazie al cielo) scadere nel bieco moralismo – a livello di azione, la pellicola regala alti e bassi. Per quanto riguarda gli attori, il protagonista Martin Dingle Wall riesce ad apparire sempre convincente e in parte. Lo stesso discorso vale per i suoi antagonisti che, pur a volte solo abbozzati, sono guidati da motivazioni ben precise.

Un discorso analogo può essere fatto per la fotografia – “sporca” ma allo stesso tempo in grado di regalare alcuni scorci mozzafiato – e la regia che sapientemente alterna momenti concitati a pause in cui si riesce a “riprendere fiato” dall’azione.

I difetti della pellicola vanno ricercati nelle scene action, a volte “banali”, e in alcune cadute di ritmo che non sono assolutamente giustificabili, soprattutto verso il finale. Soffermandoci per un attimo sulle scene action, va detto che i due registi/sceneggiatori ce la mettono tutta per mostrare una violenza realistica e mai troppo sopra le righe ma, a volte, indugiano in momenti che vorrebbero apparire “badass” ma che, purtroppo, rasentano il comico involontario.

Per fare un esempio – e al contempo evitando di spoilerare – una delle morti più cruente dell’intera pellicola è purtroppo rovinata da una battuta fuori luogo del protagonista nel bel mezzo dell’azione. Una situazione del genere, purtroppo, non può essere accettata in una pellicola che appare sempre molto seria (ma mai seriosa) e attenta ai minimi dettagli…

In conclusione

Happy Hunting è un piccolo film che riesce a regalare agli spettatori un’esperienza forte e che lascia il segno. Anche se alcuni piccoli difetti non lo fanno entrare di diritto nella top 10 dei migliori horror/thriller indipendenti, la pellicola fa onestamente il suo mestiere e ci pone di fronte a un tema scottante – quello dell’alcoolismo – trattato in maniera approfondita e seria.
Consigliato a chi cerca un film dalle mille sfaccettature e ricco di metafore.

In conclusione
  • Scimmia
  • Storia
  • Effetti
  • Presa
3.5

Riassunto

Happy Hunting è un film che, pur non privo di difetti, appare solido, ben costruito e in grado di toccare argomenti scottanti senza mai cadere nel banale o nel moralistico. Vivamente consigliato.

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