Quando si cerca di scrivere una piccola recensione su un gioco tripla A, il rischio di essere banali e ripetitivi è sempre dietro l’angolo. Parlando poi di un titolo come Prey, l’ultima opera degli Arkane Studios, si finisce per faticare il doppio.

Su questo prodotto si sono infatti spesi ettolitri di inchiostro, reale e virtuale: recensioni, commenti sui forum, video più o meno al vetriolo si stanno susseguendo da un paio di giorni a questa parte e l’attenzione attorno al gioco non sembra destinata a spegnersi facilmente.

Pur conscio del fatto di entrare in un terreno già abbondantemente battuto da altri, mi sento di affermare senza giri di parole che Prey è un prodotto “per molti ma non per tutti”. Cerchiamo di capire insieme il perché…

Distopia portami via – Storia

Spazio, 1958. Un satellite dell’Unione Sovietica entra in contatto con una misteriosa, quanto pericolosa, razza aliena. Pur in piena Guerra Fredda, i sovietici decidono di mettersi immediatamente in comunicazione con gli Stati Uniti per chiedere un aiuto. Da quel giorno, segretamente, le due potenze iniziano a lavorare congiuntamente per analizzare e studiare le potenzialità di quella strana razza, ribattezzata Typhon.

Dopo una lunga serie di complicate vicende, tra le quali la costruzione di una stazione spaziale atta allo studio dei Typhon e il suo successivo abbandono a seguito di un grave incidente, nel 2025 la TranStar Corporation decide di acquistare la vecchia stazione spaziale e di trasformarla in Talos I, un avanzato centro di ricerca.

Dopo un attento studio della biologia e della fisiologia dei Typhon, gli scienziati su Talos I riescono a portare a termine lo sviluppo dei cosiddetti Neuromods, apparecchi in grado di ricombinare le cellule cerebrali degli esseri umani, dotandoli di particolari poteri.

Nei panni di Morgan Yu, scienziato e vicepresidente della TranStar Corporation, saremo chiamati a salire a bordo di Talos I per quella che appare una semplice missione di routine. Ovviamente, ben presto, le cose prenderanno una piega bizzarra, inquietante e molto, molto particolare…

Come si può notare dalla breve sinossi riportata qui sopra, la vicenda di Prey attinge a piene mani da molti capisaldi della fantascienza e, pur nella sua “classicità”, riesce comunque a essere accattivante e ben congegnata. Il merito è da attribuire a Chris Avellone, un veterano dell’industria videoludica che in passato ha lavorato a titoli del calibro di Fallout 2, Planescape: Torment e Pillars of Ethernity. Dalla sua penna scaturisce un universo credibile, molto affascinante e ricco di sfumature.

Senza affibbiare patenti di “successore spirituale di…”, possiamo dire con quasi assoluta certezza che la narrazione è uno dei pilastri portanti dell’intera esperienza ludica. Nel corso della nostra esplorazione di Talos I ci troveremo di fronte a libri, note e appunti che – pur opzionali – rendono la lore ancora più ricca e complessa.

Non di rado ci soffermeremo a leggere (o rileggere) alcuni dei testi presenti in game solo per il piacere di calarci ancora di più nell’universo proposto dal gioco. A questo elemento, di per sé molto positivo, si aggiunge un’azzeccata caratterizzazione dei personaggi principali e di quelli secondari.

Se proprio vogliamo muovere un appunto alla trama, va detto che in alcuni momenti il giocatore si troverà di fronte a così tante missioni secondarie che farà un po’ fatica a capire se e come affrontarle. Questo senso di dispersività non va a minare l’esperienza ludica ma potrebbe far storcere il naso a coloro che amano le storie complesse ma, allo stesso tempo, lineari.

Sono quello che sono… – Gameplay

“Prey è un action-adventure in prima persona”. Quest’affermazione, di per sé corretta, appare però a mio avviso molto riduttiva e limitante. L’opera degli Arkane Studios, infatti, si presenta fin dalle prime battute come un vero e proprio prodotto ibrido.

Per prima cosa va ricordato che il gioco si presenta come un semi open world, nel quale saremo chiamati a completare una trama principale e – a scelta – una serie di missioni secondarie che potranno farci guadagnare maggiori informazioni, poteri o armi sempre più potenti.
Ho usato la parola semi open world perché, in verità, la vasta mappa principale è suddivisa in tante aree di medie dimensioni. Ogni volta che ne abbandoneremo una, scatterà una (in verità breve) fase di caricamento. Questa scelta, a mio avviso non così negativa come potrebbe sembrare, non toglie nulla al fascino dell’esplorazione e della scoperta.

Ogni angolo di Talos I, infatti, è ricco di piccoli o grandi segreti che saremo spinti a scoprire un po’ alla volta, anche grazie all’uso dei tanti Neuromods sparsi in game. Attraverso questi oggetti, infatti, potremmo sbloccare mano a mano skills sempre più potenti che ci permetteranno di customizzare Morgan secondo i nostri desideri.

L’albero delle skills è composto da tre sottocategorie (Scientist, Engineer e Security) alle quali ben presto si andranno altri poteri, derivati dallo studio degli alieni che popolano il mondo di gioco. Queste nuove skills (Energy, Morph e Telepathy) sono molto potenti ma, allo stesso tempo rischiose. Senza spoilerare troppo, posso semplicemente dire che il prezzo da pagare quando si installa uno di questi upgrade alieni non è proprio molto piacevole…

Una piccola nota di demerito va invece alla gestione dell’inventario e dei vari menù interni al gioco che, purtroppo, risultano poco funzionali e a volte troppo macchinosi e difficili da consultare. Visto che passeremo una buona fetta dell’avventura a leggere, consultare e confrontare i vari documenti o oggetti nell’inventario, questa pecca risulta essere alquanto fastidiosa.

Oltre alle varie skills, Morgan Yu potrà contare su un arsenale di armi molto vario. Si va dalla classica chiave inglese al fucile a canne mozze, passando ad aggeggi più futuristici come una pistola stordente e il fondamentale cannone GLOO. Quest’ultimo diventerà ben presto una delle armi più letali e indispensabili per sopravvivere. Il GLOO, infatti, altro non è che una schiuma in grado non solo di paralizzare i nemici ma anche di creare appigli sui quali il protagonista potrà arrampicarsi.

Il sapiente uso della schiuma, combinato alle armi, rende l’esperienza di gioco sempre nuova e diversa, spingendo inoltre il giocatore ad approcciarsi alla mappa di gioco in modi mai troppo banali o scontati. Ad esempio, una sporgenza a prima vista irraggiungibile può diventare, dopo alcune “passate” di schiuma, un ottimo avamposto sul quale sistemarsi in attesa dei nemici.

A questo punto va fatto un breve – ma importante – inciso. Per sgomberare il campo da possibili incomprensioni, è meglio dire fin da subito che il gioco non è un classico FPS e non vuole neppure esserlo. E’ ovviamente possibile giocare Prey come un FPS ma così facendo si rischia di perdere buona parte del divertimento presente nell’opera.

Fin dalle prime battute, infatti, il gioco ci spinge a tentare un approccio più ragionato e meditato rispetto al semplice “entro e spacco tutto”. I nemici, anche a livello di difficoltà normale, sono ostici e non lasceranno molti margini di manovra al giocatore. A ciò si aggiunge la difficoltà di recuperare il materiale necessario per craftare le munizioni o le armi. Nel mondo di Prey, infatti, quasi tutti gli oggetti possono essere creati ex novo attraverso un sistema di crafting forse non proprio innovativo ma comunque efficace e ben sviluppato.

Senza troppi fronzoli, un po’ retro – Grafica

Per quanto riguarda la grafica, Prey è mosso dal noto CRYENGINE che, pur non nuovissimo, continua a fare il suo “sporco” lavoro. I personaggi e gli ambienti sono ben caratterizzati, ben dettagliati e nessuna area di gioco appare troppo spoglia o caratterizzata in modo non convincente.

L’ampia mappa di gioco è composta da un misto di architetture “retro” e moderne, fattore che permette al giocatore di immergersi ancora meglio nel mondo di gioco. Le animazioni appaiono fluide e, grazie all’ultima patch rilasciata per PC pochi giorni fa, sono scomparse diverse antiestetiche imperfezioni in alcune texture. Parliamoci chiaro: graficamente, Prey appare essere un gioco del 2010/2011 ma questo, a mio parere, non deve essere considerato minimamente un limite.

In conclusione

Proviamo ora a tirare le somme. Al netto delle piccole “magagne” di cui ho accennato in precedenza, Prey risulta essere un gioco dannatamente godibile. Ovviamente, come già detto, i giocatori che vorranno provare ad affrontarlo in modalità “io-macchina da guerra-spacco tutto” si troveranno di fronte ad un’esperienza appena sopra la sufficienza. Prey, infatti, richiede ai players uno sforzo in più, ovvero quello di adattare il proprio stile di gioco alle situazioni che via via si dipaneranno di fronte ai nostri occhi.

Come un vino pregiato o un piatto esotico, il prodotto non è per tutti i palati ma, a mio parere, rappresenta un ottimo tentativo di mescolare generi, suggestioni e idee diverse, creando un calderone potenzialmente ricco e pieno di opportunità.

In conclusione
  • 85%
    GRAFICA - 85%
  • 90%
    GAMEPLAY - 90%
  • 95%
    SCIMMIA - 95%
90%

Riassunto

Per molti ma non per tutti: ecco, in estrema sintesi, il giudizio finale su Prey. L’ultima fatica degli Arkane Studios è un opera che va assaporata lentamente e senza troppa fretta.
Di natura smaccatamente “ibrida”, il prodotto non si lascia categorizzare facilmente e, proprio per questo motivo, farà storcere il naso a molti.
Al netto di alcuni difetti non di poco conto – come ad esempio una gestione dell’inventario a volte macchinosa e una trama azzeccata ma forse un po’ troppo dispersiva – Prey risulta comunque essere un prodotto in grado di regalare ai giocatori un’esperienza interessante e non banale.

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