In un’epoca in cui termini come postverità, fake news e clickbait sono ormai sulla bocca di tutti, il regista canadese Matt Johnson dirige un’opera intitolata Operation Avalanche.

Presentato nel corso dell’annuale Sundance Film Festival di Park City (Utah), la pellicola è un mockumentary che racconta le vicende di due giovani agenti CIA alle prese con la più grande cospirazione mai ideata: il (presunto) sbarco sulla Luna.

If you believe they put a man on the Moon…

Siamo nel 1967, in piena Guerra Fredda. Gli USA, decisi a dimostrare la loro indiscutibile superiorità tecnologica rispetto alla tanto odiata Unione Sovietica, lavorano senza sosta per portare a termine un ambizioso progetto: vincere la corsa allo spazio e approdare per primi sulla Luna.

Il piano, però, non è esente da alcuni problemi, tra i quali la possibile presenza di una spia sovietica nei ranghi della Nasa. La situazione, sempre più instabile, richiede un intervento deciso da parte dei servizi segreti. Per questo motivo, la CIA invia in Texas due giovani agenti (lo stesso regista Johnson e Owen Williams), incaricati di scovare la spia e di eliminarla.

I due, accompagnati da un terzo agente nelle vesti di cameraman improvvisato, si troveranno ben presto a fare i conti con un’amara verità: gli USA non sono ancora pronti a mandare un uomo sulla Luna e quindi, per vincere la corsa allo spazio, occorrerà mettere in scena l’allunaggio, a ogni costo.

Chi controlla i cospiratori?

Come si è accennato nel paragrafo precedente, il film è un classico esempio di mockumentary che, in modo alquanto convincente, riesce a mescolare materiale vintage a riprese effettuate all’interno della stessa Nasa. Il risultato è veramente molto intrigante e si riesce a notare, fin dalle prime battute, che il regista si trova a suo agio in quel genere.

Se è vero che la confezione è molto curata, purtroppo non si può dire la stessa cosa del contenuto. Senza dare un giudizio sul tema del film – ovvero la messa in scena dell’allunaggio da parte della CIA – il regista sembra perdersi nel proverbiale bicchiere d’acqua e il risultato finale appare molto raffazzonato.

Vorrei ma non posso: un film incompiuto?

In primo luogo, il film soffre fin dalle prime battute di un problema non di poco conto, interamente legato alla performance degli attori. I due protagonisti, infatti, pur mettendocela tutta nel cercare di essere dei credibili agenti CIA risultano essere il più delle volte poco ispirati.

Questa carenza è inoltre accompagnata da una sceneggiatura che, purtroppo, appare scritta frettolosamente e che preferisce privilegiare la frenesia al ragionamento. La vicenda, pur credibile, si snoda in modo alquanto svogliato e persino il finale, alquanto adrenalinico, non riesce a regalare allo spettatore una vera e propria soddisfazione.

Come vincemmo la Guerra Fredda: paranoia e potere

Se è vero che purtroppo il film risulta essere per molti versi un’opera incompiuta, il regista riesce comunque in un intento: regalare allo spettatore un costante e pervasivo senso di paranoia.

L’uso di materiale d’epoca, tagliato e rimontato a volte in modi molto interessanti, riesce a conferire allo spettatore un senso di “pesantezza” e “gravitas” molto forte. Le azioni compiute nel corso della pellicola degli agenti CIA sono quelle che sono “perché non potrebbero essere altrimenti”: siamo al di là del bene e del male, dell’etica, dei buoni sentimenti e quindi tutto è permesso, tutto è lecito.

I due protagonisti, per l’intera durata della pellicola, agiscono in una zona grigia in cui le regole vengono cambiate a ogni piè sospinto e in cui nessuno può essere considerato affidabile. Il loro scopo, fin dall’inizio, è chiaro: l’allunaggio deve essere inscenato a ogni costo e qualunque ostacolo deve essere aggirato o eliminato fisicamente dal cammino. Indietro non si torna e la storia deve essere scritta: non c’è tempo per scrupoli o dubbi dell’ultimo secondo…

In un tale scenario etico, i passaggi che portano i protagonisti a ideare e a mettere in scena il finto sbarco sulla Luna sono del tutto convincenti e rispondono a una logica discutibile quanto adamantina: la verità non è contenuta nei fatti ma solo nelle loro possibili rappresentazioni, interpretazioni e condivisioni con il proprio pubblico di riferimento (in questo caso, l’intero popolo americano).

Come novelli retori, i due agenti forgiano il loro discorso seguendo una linea chiara: non importa se l’uomo metterà o no effettivamente piede sulla Luna ma, quello che realmente conta, è la verosimiglianza di quell’impresa. Il resto, tutto il resto, sarà lasciato alla fantasia della massa che “crederà all’allunaggio comunque, anche se dicessimo loro chiaro e tondo che esso non è mai avvenuto”.

In conclusione

Operation Avalanche è molto difficile da valutare: non può essere completamente stroncato ma non riesce al contempo a raggiungere la piena sufficienza. La pellicola rappresenta comunque un onesto tentativo di mockumentary un genere che ha però regalato nel corso degli anni passati delle vere e proprie perle, ancora oggi insuperate.

  • Fattore Scimmia
  • Storia
  • Effetti
  • Presa
2.3

In chiusura

Operation Avalanche è un’opera incompiuta, incapace di nascondere le sue evidenti carenze. Pur partendo da una premessa molto intrigante, il regista non riesce a convincere del tutto. Un’occasione sprecata.

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