Classe 1978, Fede Alvarez è un regista uruguayano che si è fatto conoscere al grande pubblico grazie al remake di Evil Dead, conosciuto nel nostro paese con il titolo de La Casa. Nel 2016 il nostro ci riprova con una pellicola dai toni e dai modi molto diversi: Don’t Breathe.

L’ultima casa in fondo alla strada

La pellicola racconta le vicende di tre ladruncoli di Detroit: Money, Rocky e Alex. Grazie al padre di quest’ultimo, impiegato in una ditta specializzata in antifurti e sicurezza, i tre giovani possono introdursi indisturbati in ricche abitazioni per saccheggiarne il contenuto e rivenderlo poi al mercato nero.

A corto di denaro e sempre alla ricerca di un nuovo colpo “facile”, i tre saranno convinti a svaligiare la casa di un ex soldato. L’uomo, rimasto cieco a causa dello scoppio di una granata, ha da poco perso l’amata figlia morta in un incidente stradale causato da una ricca ereditiera. Quest’ultima, pur di non finire nei guai, ha risarcito l’uomo con un enorme gruzzolo, somma che i tre ladruncoli vogliono far loro, a ogni costo.

Non entrate in quella casa

Come si può notare, a prima vista la trama della pellicola ricalca alcuni stereotipi dell’horror domestico, nel quale ladri senza scrupoli si introducono nell’abitazione della potenziale vittima che, pur di sopravvivere, si farà carnefice per eliminare (più o meno in modo splatter) gli “invasori”.

Fede Alvarez, partendo da un canovaccio già consolidato, si diverte a sovvertire gli stereotipi, cercando di far piazza pulita di tutte le convenzioni del passato. Più si va avanti nella pellicola e più lo spettatore inizierà a capire che i tre giovani non si trovano di fronte a un colpo facile ma che, al contrario, l’ex militare cieco è una macchina da guerra assetata di sangue che, inoltre, nasconde un terribile e inconfessabile segreto.

Dal punto di vista della scrittura, dunque, Don’t Breathe riesce all’apparenza a portare una ventata di novità all’interno di un sottogenere ormai stagnante e destinato, forse, a ripetere e raccontare nuovamente la stessa medesima vicenda, partorendo il solito clone del clone della copia venuta male.

La tentazione del tutto e subito

Se i primi cinquanta minuti sono un emozionante giostra di suspance e sangue, l’ultimo atto sembra essere stato scritto di fretta e svogliatamente. Dopo la rivelazione del segreto dell’ex soldato, infatti, i protagonisti inanellano una serie di azioni che vanno dallo sciocco al comico involontario (tra le quali, senza spoilerare, una che riguarda il feroce dobermann dell’ex militare, al centro di una sequenza tediosa ed esilarante allo stesso tempo).

Alvarez e Rodo Sayagues, autori della sceneggiatura, non riescono a portare a casa il risultato proprio in zona Cesarini e, continuando con la metafora calcistica, si accontentano di un misero pareggio quando avrebbero potuto andare via umiliando gli avversari.

Casa: prigione o nido?

La pellicola, al netto della sceneggiatura zoppicante, è visivamente molto curata. Gli effetti gore, molto pochi, sono ben realizzati e curati. La sensazione di claustrofobia provata dai protagonisti è supportata da una fotografia che, pur non innovativa, riesce nel suo compito regalando allo spettatore ambienti spogli, lerci e “malati”, perfetti per una vicenda di questo tipo.

Per quanto riguarda la recitazione, tutti i protagonisti regalano delle prove convincenti. Menzione d’onore va a Stephen Lang (già visto in Avatar) che si cala perfettamente nella parte di un uomo segnato non solo da un’evidente disabilità fisica ma anche da una psiche segnata e fratturata dai troppi imprevisti della vita.

In conclusione

Don’t Breathe convince a metà. Pur riuscendo a sovvertire alcuni elementi classici di un certo cinema horror, con particolare riferimento al sottogenere della home invasion, risulta una pellicola piagata da alcuni difetti che non permettono allo spettatore di calarsi completamente nei panni di nessuno dei personaggi principali.

Consigliato agli appassionati di horror con un’avvertenza: non è nulla di rivoluzionario ma un onesto compitino senza infamia né lode.

  • Fattore Scimmia
  • Storia
  • Effetti
  • Presa
2.9

In chiusura

Don’t Breathe è un onesto tentativo di rinvigorire l’home invasion horror. Pur fortemente limitato da alcune scelte di scrittura, soprattutto nella parte finale, è consigliabile per una visione tra amici, senza troppe pretese.

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