Tra le serie di culto anni Novanta ne figurava una dedicata alle vicende degli agenti Mulder e Scully, ovvero The X Files. Creata da Chris Carter, riuscì fin da subito a far breccia nei cuori degli appassionati, mescolando sapientemente sci-fi, una spruzzata di horror e un tocco di paranormale.

Ogni stagione era, bene o male, composta da due tipologie di episodi. I primi, ovvero quelli dedicati alla trama orizzontale, servivano per portare avanti le vicende e le cospirazioni che ruotavano attorno ai due agenti FBI, in un turbinio di alieni, uomini in nero e personaggi sempre più carismatici nonché misteriosi.

A intervallare questo primo tipo di episodi vi erano quelli legati al cosiddetto monster of the week, ovvero casi singoli e slegati dalla trama principale nel corso dei quali Mulder e Scully erano chiamati a fare i conti con bizzarrie sempre più inquietanti: vampiri, uomini con il corpo capace di allungarsi e… una riedizione in chiave (post) moderna della storia di Frankenstein.

In una piccola città dell’Indiana…

L’episodio di cui andremo a parlare oggi, il quinto della quinta stagione, è intitolato The Post-Modern Prometheus. Fin dal titolo si capisce il chiaro omaggio fatto da Carter sia al testo di Mary Shelley (che, in originale, si intitola Frankenstein; or, The Modern Prometheus) che a una delle migliori e interessanti trasposizione cinematografiche, quella diretta nel 1931 da James Whale.

La vicenda è semplice ma allo stesso tempo appassionate. L’agente Mulder riceve una strana lettera da una donna, la quale sostiene di essere stata messa misteriosamente incinta per ben due volte da una bizzarra quanto deforme creatura. Accompagnato dalla fida partner Scully, Mulder si reca nella sonnolenta cittadina di Ambion (Indiana).

Ben presto i due agenti, che in un primo momento paiono non dare troppo peso alla storia della donna, rimarranno invischiati in una storia in cui intrighi, inganni e l’uso poco saggio della manipolazione genetica fanno da padrone.

Un sogno in bianco e nero

Se già, di per sé, la trama appare alquanto sfiziosa – e pur mantenendosi entro i canoni del monster of the week riesce comunque a stupire – quello che rende veramente grande e godibile ancora oggi l’episodio sono le scelte stilistiche.

Per prima cosa l’intera puntata è girata in bianco e nero, utilizzando macchinari e trucchi scenici ripresi direttamente dal film di Whale. L’effetto, in prima battuta straniante, riesce alla lunga a convincere anche gli spettatori più scettici che, lentamente, vengono calati in un’atmosfera quasi espressionista, fatta di ombre lunghe, luci soffuse e inquadrature al limite della distorsione.

In secondo luogo, l’intera puntata sembra essere frutto di una serie di complesse scatole cinesi che, alla fine, si incastrano mirabilmente tra loro. L’episodio inizia e si conclude con una mano che apre e chiude un fumetto intitolato The Great Mutato, citazione diretta al fumetto che è al centro della trama principale. Allo stesso tempo, nell’episodio, ci sono evidenti richiami allo spettatore e più volte la quarta parete viene, se non infranta, almeno fortemente scalfita.

Nel corso della vicenda, infatti, si scoprirà che uno dei personaggi principali ha, forse, il potere di cambiare e riscrivere la vicenda, un vero e proprio deus ex machina. Dietro questo “misterioso” autore/sceneggiatore si nasconde il ghigno beffardo di Carter che, come un abile burattinaio, è in grado nel finale di “portare a casa il risultato”.

Al ritmo di Walking on Memphis – dedicata, guarda caso, ad un’altra icona tipica della tradizione americana, ovvero Elvis – si snoda un lungo finale (che ovviamente non sveleremo) nel corso del quale si susseguono confessioni, apparizioni al Jerry Springer Show (uno dei più iconici show trash degli Stati Uniti, in onda ancora oggi) e un romantico balletto tra Mulder e Scully.

Giocare con gli stereotipi di genere

Oltre alle scelte stilistiche, un altro punto forte dell’intero episodio è la sceneggiatura, scritta dallo stesso Chris Carter. Nel corso della vicenda l’autore si diverte molto a mescolare momenti seri ad altri molto più giocosi e quasi al limite del nonsense.

Se è vero che la vicenda narrata è quasi una copia carbone del libro scritto da Mary Shelley e, per estensione, del film di Whale, Carter si diverte ad ambientare la vicenda nel presente (o, per gli spettatori di oggi nel “lontano” 1997). Tutti gli stereotipi del genere horror, e in particolare del cinema horror classico, vengono meticolosamente rispettati ma, allo stesso tempo, sono costantemente rimaneggiati e ritoccati con piccole aggiunte pop di notevole spessore.

Questa strana mescolanza tra classicità, modernità e post modernità rende l’episodio assolutamente “fuori dal tempo”, ambientato in uno spazio irreale, complesso ma allo stesso dannatamente interessante e ricco di spessore.

L’uso fatto all’interno dell’episodio delle canzoni di Cher, vera icona camp, e del Jerry Springer Show, che fa del falso sensazionalismo la sua bandiera, servono dunque per guidare lo spettatore fuori dalle logiche consuete e dai canoni del genere, immergerlo all’interno di una storia impossibile ma, allo stesso tempo, radicata nel lifestyle della provincia americana.

In conclusione

The Post-Modern Prometheus è uno dei migliori episodi non solo della quinta stagione di X Files ma anche dell’intera serie. Sempre in bilico tra sogno febbrile e “provincialismo” duro e puro, la puntata è consigliata a tutti coloro che vogliono un assaggio della “buona televisione” anni Novanta ma anche a coloro che amano un intrattenimento fatto con la testa e il cuore.

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