Poche settimane fa si è svolta a Milano, nei locali dello Spazio Yatta, un’interessante manifestazione intitolata YEP – Gioca, Ragiona, Crea. Nel corso della giornata si sono tenuti diversi workshop o presentazioni dedicati alla musica 8bit, alla realtà virtuale, alla modellazione e stampa 3d. In un angolo della sala era inoltre presente un bellissimo cabinato, in parte ricostruito a mano, contenente una serie di emulatori pensati appositamente per il retrogaming.

Proprio il retrogaming è da alcuni anni al centro di una rivalutazione e riscoperta critica, patrocinata e supportata a volte da noti marchi videolugici. Uno degli esempi che ci possono venire in mente è il rilascio nei mesi scorsi, da parte di Nintendo, del Mini NES.

Come dice il nome, si tratta di una riedizione in formato pocket della storica console della grande N, venduta con trenta giochi inclusi tra i quali Duck Hunt, Super Mario Bros e Metroid.

Una tale operazione che, come previsto, ha avuto un enorme successo permette di porsi una domanda semplice ma non scontata: ha veramente senso il retrogaming nel 2016?

Quante cose al mondo puoi fare, costruire, rigiocare…

Piccola confessione personale: mi chiamo Luca e sono un retrogamer (ciao, Luca). Scherzi a parte, il retrogaming è un fenomeno che ha bisogno di poche presentazioni. Per coloro che sono vissuti in una caverna o che non sono avvezzi al mondo videoludico, può essere definito come l’amore e l’uso di videogiochi del passato.

Senza voler diventare una puntata di Quark dal titolo Retrogamer: suo habitat, usi e costumi, le persone appassionate di retrogaming possono giocare ai titoli del passato (e arrivare, perché no, a collezionarli) utilizzando vecchie console oppure emulatori in grado di fornire la possibilità di immergersi, anche solo per poco, nei tempi andati.

Tutto rose e fiori, dunque? 

No, non proprio. Come tutte le realtà, anche il retrogaming non è esente da alcuni problemi non di poco conto. Senza snocciolare l’intera lista, possiamo ricordare ad esempio che quando si devono reperire le rom da far girare sugli emulatori, nel caso non si possegga la console e il gioco originale, si entra in quella mitologica zona grigia tra legalità e pirateria (no, no quella a colpi di navi, cannoni, rum e duelli all’ultimo sangue… l’altra).

Senza entrare in questa spinosa questione – sulla quale si è già detto/scritto di tutto – e sull’altrettanta bollente questione del diritto d’autore, possiamo ricordare che per chi non volesse addentrarsi in questa gray zone è sempre possibile utilizzare legalmente i cosiddetti abandonware, ovvero software non più supportati dal produttore che, in molti casi, non sono più coperti dal diritto d’autore.

Retrogaming: nostalgia a basso costo o molto di più?

Quando ci approcciamo per la prima o per la millesima volta al retrogaming, un dubbio legittimo ci potrebbe assalire. Per quale motivo stiamo giocando a un titolo del passato?

Pensando a una buona fetta dei retrogamer, è possibile dire che chi sta giocando a un titolo del passato lo fa perché vuole rivivere sensazioni, emozioni e momenti del suo stesso vissuto di giocatore.

Desiderio lecito e rispettabile che però, come abbiamo visto in un altro articolo, può essere sfruttato e manipolato per dare il vita alla mercificazione della Nostalgia, che risponde all’adagio il passato è bello, buono, santo: compra, compra e ti garantiamo che ci puoi tornare in quel nido caldo.

Ok… ma c’è un modo per evitare tutto ciò?

Certamente ed è quello di comprendere che il retrogaming ha di default due importanti funzioni che devono essere, a mio parere, capite per potersi godere al meglio l’esperienza del giocare il passato.

Imparare e conoscere attraverso il retrogaming

Da un lato abbiamo una funzione, per così dire, didattica. Sia i veterani che i gamer alle prime armi possono riscoprire e giocare a titoli del passato comodamente seduti nel salotto di casa e senza essere obbligati a usare una costosa (e per ora non ancora realizzabile) macchina del tempo.

Mettere (o rimettere) le mani su titoli storici del passato ci permette di capire, ad esempio, che alcune meccaniche oggi banali o scontate risultavano fresche e innovative “appena” cinque anni fa o, incredibile a dirsi, per un lungo periodo di tempo non erano mai esistite eppure si viveva e ci si divertiva lo stesso senza.

Tanto per fare un esempio su un genere molto in voga oggi, i titoli calcistici. La pletora di passaggi, finte, contrasti – supportati da motori fisici più o meno curati – di oggi mal s’intona con giochi come la serie Super Sidekicks (SNK, 1993-1996), nella quale con soli tre tasti tre ti veniva fornito il “pane e burro” calcistico e quello ti doveva bastare.

Ma dicci, dicci: quale preferisci tra Fifa 17 e Super Sidekicks 3

No, non è una questione di passato-bello / presente-brutto (o viceversa). Non ho voglia e tempo di cadere nella divisione del mondo in due zone contrapposte: i tempi sono cambiati e ben venga la pletora di opzioni in più, le piccole e grandi innovazioni all’interno di un genere.

E quando leggevi “Shoot!”, calciavi la palla con la forza di mille soli…

Selezionare e scegliere attraverso il retrogaming

Se è vero che la funzione didattica del retrogaming è importante, altrettanto fondamentale è quella che si può definire come funzione critica. Questo secondo aspetto è ciò che permette alle persone, una volta entrate nel mondo del retrogaming, di gettare un occhio critico sui giochi del passato.

Al netto dei collezionisti e di quelli che vivono questo fenomeno come un modo per raccogliere tutte le console e il software prodotto in passato, quando ci approcciamo ai titoli di un tempo siamo in parte colti da un senso di devozione e reverenza che mai ci permetterebbe di criticare (criticare, attenzione, non demolire) un titolo considerato da molti come classico.

Signori, ecco l’amara verità: nel mare magnum della produzione videoludica del passato (come in quella di oggi, del resto) le perle – quelle vere – sono poche. Il resto, se non fuffa, è o facilmente dimenticabile oppure neppure degno di essere disseppellito dal proverbiale cassetto della memoria.

Ci sono giochi che, pur storicamente importanti, oggi risultano essere praticamente ingiocabili se non si posseggono i supporti d’epoca (penso al cabinato del primo, storico Street Fighter del 1987). Ci sono poi quei giochi che, pur se hai giocato allo sfinimento, sai che sono cloni più o meno ben riusciti di un padre nobile. Sto pensando a titoli come The Punisher (1993) e Captain Commando (1991) che, pur molto godibili, sono copie di Final Fight (1989), lui si capostipite e innovatore nel suo genere.

Un neonato che pilota un mech, un ninja, uno zombie armato di coltelli e poi lui, Captain Commando: best team ever!

 

Quindi, gente: scremate, scegliete, scartate. Il retrogaming, se così impostato, risulterà ancora più godibile ed eviterà solenni fregature, delusioni e perdite di tempo dovute a giochi che, in fin dei conti ed è inutile negarlo, erano e sono o brutti o al di sotto di un qualunque standard di buonsenso.

Tirando le somme

Lo spazio è sempre più tiranno e le parole scarseggiano. Ricapitolando: il retrogaming è, come tutti i fenomeni, caratterizzato da luci e ombre. Sempre in bilico tra mercificazione della Nostalgia e strumento in grado di aiutare i giocatori a muoversi nei meandri più o meno inesplorati del loro passatempo preferito, il giocare al passato è ancora oggi, nell’anno 2016, un’ottima pratica da svolgere saltuariamente.

In conclusione, credo che il retrogaming sia un ottimo supporto e aiuto per capire lo stato del videoludo moderno, il suo sviluppo di massa e (forse) il suo futuro. Non è un degno sostituto dei giochi di oggi – non baratterei mai una sessione di Overwatch a una su Metal Slug, pur apprezzando e amando entrambi i titoli – ma, al contrario, un modo per immergersi parzialmente in un’epoca ormai finita (grazie al cielo?) ma i cui strascichi sono ancora vivi, reali e presenti tutt’oggi.

E ora, forza, passatemi quel pad che mi è salita la scimmia di finire per l’ennesima volta The King of Fighters ’94. Team Italy, devo aggiungere altro?

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